Racconto Tre. Frantziscu.
Tziu Frantziscu voleva solo stare in casa sua, grattugiare cavolfiori e farne cotolette. Ma voleva anche continuare a salare il lardo, fatto dai maiali selvatici allevati dal fratello al monte, e voleva anche continuare ad accendere il caminetto, ogni mattina, con i fiammiferi e i fogli del giornale, arrotolati stretti e infilati sotto ai legnetti.
- A chent'annos tziu Frantzì!-
E lui a chent'annos c'è arrivato, dritto, lucido e forte.
La sua casetta degli anni 40- semplice, povera, una delle poche case sopravvissute tra i palazzoni del boom economico, è vicina alla cattedrale.
Ha un cortile interno in solo cemento senza piastrelle e in tutto il perimetro ci sono numerosi vasi di aspidistre, di felci, di basilico e di timo selvatico preso al monte, cresciuto per talea. E’ bravo a fare talee Tziu Frantziscu.
Da una parete all’altra i fili per stendere e le mollette in plastica , lasciate appese, come tanti pappagalli colorati, si muovono al vento. Accanto alla porta d’ingresso uno scanno sardo, basso, impagliato, e accanto la sua stampella, unico appoggio utile a quel corpo pesante, vecchio eppure palesemente sano. Più vicina al cancello la bici con una cassetta di legno legata nel sedile posteriore, ben stretta da una corda. La casa è su un unico piano: cucina che dà sul cortile, bagno e camera da letto. I davanzali delle due uniche finestre sono in marmo bianchissimo, sempre lustro e le finestre verniciate annualmente di grigio scuro, sembrano appena uscite dal falegname. Il pavimento in marmette bianca e nera, è perfettamente levigato dalla vecchia lucidatrice degli anni 70, verdone.
Ha sempre fatto tutto lui in casa, alla faccia del maschilismo, delle regole del fascismo , del pregiudizio. Alto, bianchissimo come la luna, una vita trascorsa nella cucina del ristorante su al monte, mai una donna- alcuni dicono che gli piacevano i maschietti- ma le malelingue senza conferma visiva, schioccano a vuoto dentro il palato, immerse nel dubbio stordito dai troppi bicchieri bevuti in piedi al bancone dello tzilleri.
Mai neppure un’influenza, tziu Frantziscu non si ammala mai. E quanto mangia!Dio solo sa quanto cibo lui abbia cucinato e digerito in cento anni di vita. Altro che digiuno intermittente o chetogenica.
Per anni ed anni l’ho spiato dal cornicione del palazzo che si affaccia dentro il suo cortile: sveglia alle quattro ogni mattina, io alle prime luci dell’alba e lui era già nella sua cucina, con la luce tenue e gialla di una sola lampadina alogena, intento a bere un tazzone di caffè latte con dentro grossi pezzi di pane raffermo. Doccia e barba ogni sacrosanta mattina, con il rasoio di una volta, a mano e con una sola lama, camicia ben stirata, grembiule bianchissimo superstite del lavoro in ristorante e subito in cucina. Le mani dentro una pentola di terracotta per prelevare un bel pezzo di lardo salato da lavare per dissalarlo, per poi tagliarlo fine fine e metterlo in una padellina di ferro vicino al fuoco.
Prima delle sei ha già preparato il pranzo che è sempre stato il suo pasto principale ed a cena beve solo una tazza di latte caldo e durante il giorno non fa nessun spuntino.
Perciò il pranzo deve essere ricco e ben cucinato. Una sua costante, quasi quotidiana, sono le cotolette di cavolfiore, ricetta insolita e povera, ma di cui evidentemente ne va fiero e, soprattutto, ne va ghiotto.
Da quel che ho visto dal cornicione, il cavolfiore si fa sbollentare, si lascia raffreddare e poi si schiaccia con una forchetta. Si aggiungono la mollica del pane ammollata nel latte, poi le uova, il pecorino grattugiato,il sale e lo zafferano. Lui le ha sempre cotte dentro il padellino di ferro, nel lardo dissalato e sulla brace bella ardente.
Alle otto del mattino, quando la bottega accanto al suo ingresso apre, lui chiama il proprietario, versa il vino cannonau talmente scuro da macchiare di viola i bicchieri e gli offre quella gioia di cotolette di cavolfiore ancora caldo. Ogni volta che mi nota, ne offre anche a me. Ho mangiato pochi cibi buoni quanto quelle semplici cotolette.
La solitaria vita di Frantziscu è una parentesi in un paese che si racconta come una città, che tra le vie conserva spazi come il suo fatti di tre puntini perché devono sembrano eterni, spazi senza la grammatica del colesterolo, senza i punti esclamativi del terrorismo mediatico, senza la fretta dei punti interrogativi che inciampano nell’ indifferenza della loro testa bassa.
Sono appena rientrato dall’Africa, un volo lungo e faticoso, il cornicione è ancora qui ma Tziu Frantziscu non c’è: la casa è chiusa, il davanzale della cucina oscurato dalla polvere. Morto non è morto, che io la morte la sento. Volo giù nel cortile che è sporco di briciole, mutande e mollette che cadono dai balconi alti dei palazzi che si affacciano dentro. La finestra del bagno è ancora un pò aperta come sempre, e con il becco spingo l’anta. Entro.
Nel caminetto c’è ancora la cenere e gli avanzi arsi della legna. Ma i mobili sono spariti praticamente tutti, qua e là qualche busta di indumenti, qualche scatola di pentole. Il lavello della cucina bianco di ceramica con il detersivo Sole piatti e la vecchia spugnetta gialla e verde.
D’improvviso alcune voci stridule rimbombano nel cortile. Sto vicino alla finestra del bagno, pronto a volare via.
Ora capisco tutto. Esco da dove sono entrato e volo nel cornicione appena sopra la bottega perché il proprietario ama i merli ed io sono un gran bel merlo nero nero, e anche se gli sporco l’ingresso, mi lascia qualcosa da mangiare ogni sera. Ora che tziu Frantziscu non abita più qui, anche noi siamo due parentesi in questo paesone con presunzione cittadina, con il suo ospedale e il suo ospizio con camere singole e doppie, con giardino, con tante sbarre invisibili che imprigionano senza chiavi né lucchetti gli ospiti.
-Visto l’hai a tziu Frantziscu nel giornale?
-Eja, che magro mischinetto.
-Che d’è diabetico ora mi hanno detto, ce l’hanno a dieta e lui non vuole più nulla, solo caffellatte. Neanche la torta della festa dei centenari ha voluto. Mi hanno detto che è diventato anche antipatico.
-E già lo credo. Vorrei vedere a te se ti tolgono a forza da casa tua e ti mettono in carrozzina anche se cammini e ti mettono a dieta anche se l’unica gioia che ti è rimasta è il mangiare-
-Quello se ne muore ora, a tipo il timo del monte quando te lo prendi in paese, lo pianti, gli metti acqua fisso ma si secca uguale -che la terra di quaggiù non è la terra di lì su.


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