Racconto cinque. Non è colpa mia.
Non è colpa mia
“La gente è fatta così:
seleziona con un fiuto infallibile le proprie vittime
tra chi avrebbe più bisogno di calore”
Patrick McGrath
Devo smetterla di staccarmi i capelli.
Devo proprio smetterla.
Sono inguardabile, sembro malata.
Anche se sposto le ciocche rimaste, i buchi si vedono lo stesso.
E’ che devo finire il ricamo: non è colpa mia. Cento volte devo scriverlo:
-Non è colpa mia- come a scuola, repetita iuvant. Per scriverlo cento volte ci vuole tutta la schiena di una camicia.
Non scrivo a penna, ho smesso: io ricamo.
All’inizio usavo solo i capelli che perdevo, li raccoglievo dal pettine ed anziché buttarli come sempre nel cesso o farli finire nel gorgoglio dello scarico del lavandino, tappandolo, li districavo con cura, uno ad uno, scegliendo solo quelli più lunghi. Li infilavo poi nell’ago più sottile e via di punto indietro, stretto stretto.
Non è che me lo sono inventata io questo ricamo, avevo visto anni fa in una mostra dei bei quadri anche se l’artista che li faceva mi sembrava parecchio fuori di testa e l’idea che fossero ricamati con i suoi capelli mi dava una leggera nausea.
Ecco questo è bello lungo, tiro leggermente vicino alla radice. Non mi fa più neppure male strapparli, ormai mi sono abituata. E poi la determinazione è un ottimo antidolorifico. Prima di iniziare ad usarli per ricamare,quelli che scartavo perché erano troppo corti,li lasciavo cadere di proposito nel lavandino, sperando che avrebbero composto una parola o un segno con un messaggio da interpretare, creatosi dal nulla solo per me. La cosa assurda è che quel messaggio c’era sempre. Ok che il nostro cervello riconosce nei grovigli lettere o immagini che gli sono familiari, ma il fatto è che a me capitava ogni santo giorno di trovarci le tue iniziali. A volte più larghe, a volte più lunghe, ma sempre e solo le tue iniziali. Allora per mettere alla prova la mia immaginazione, sollevavo i capelli e li lasciavo cadere. Sembrava un film dell’ orrore: ogni volta cadevano leeenti lenti, come se l’aria fosse cosa densa. Lo so che era solo il mio sguardo a percepire quella lentezza perché l’ansia per il risultato mi toglieva lucidità. Di fatto però uscivano sempre quelle tue maledette iniziali. Addirittura facevo dei video e delle foto e li mostravo ad altri, per avere conferma di non essere pazza e di non essere io stessa a metterli in quel modo, come una sonnambula, senza poi ricordare di averlo fatto. In cambio di quella valutazione ne avevo solo sguardi tondi tondi di pietà.
Perciò mi sono imposta di non guardare più i capelli caduti, anche perché, a furia di dubitare di tutti gli altri, ormai dubitavo perfino di me stessa.
Accidenti è di nuovo uscito il capello dalla cruna. La N è sempre la lettera più difficile.
-Non è colpa mia- prima lo scrivo con la matita, poi ci ricamo sopra.
Ho ancora altre 76 “Non è colpa mia” da ricamare.
A pensare che tu sei sempre stata contraria ai social, dicevi che sono il male della nostra generazione. Dicevi che mai e poi mai ti saresti iscritta a facebook.
E di fatto sei rimasta coerente e ti sei iscritta con il mio nome e la mia foto. Non hai usato la tua identità ma la mia. Per insultare, diffamare, deridere chiunque faceva parte della mia vita. Ma soprattutto per distruggermi.
Sono certa che nonostante la cosa sia ormai chiusa ed in qualche modo chiarita, ancora tra gli insultati c’è chi è convinto che fossi proprio io ad offendere loro, perché la circolare che fecero passare in azienda parlava di furto d’identità a mie spese, ma di fatto non c’era scritto il tuo nome.
Ed è anche per questo che non riesco realmente, tutt'ora, a sentirmi solo una vittima.
Quando mi hai rubato l’identità mi hai tolto sì qualcosa, anche se quello che mi hai tolto era un io che non ero io, ma mi hai anche aggiunto qualcosa: hai aggiunto un odio verso me stessa, un odio che prima non avevo, un odio che nient’altro era che il riflesso di quel tuo odio che mi infliggevi.
Prima di sapere che ci fossi tu dietro a quel profilo, tutti mi sembravano potenziali responsabili, tutti tranne te. E tranne me stessa perché ero certa di non essere io a gestire quella pagina facebook.
Mi chiedo solo perché l’hai fatto. E continuo a chiedermi cosa avessi fatto io per scatenare in te un odio tanto grande. Prima davo le colpe a me stessa perché non avevo un volto da incolpare e pensavo che qualora avessi avuto un volto, avrei smesso di incolparmi. Era come un fantasma, un fantasma che nessuno vedeva ma che viveva dentro di me, e lo sentivo che era un estraneo, ma non sapevo come fare per cacciarlo via.
In più poi c’era la paura, sì perché oltre al sospettare costantemente di tutti, avevo il timore che chiunque ci fosse dietro a quella pagina, con tutto quell’odio in corpo, avrebbe tranquillamente potuto farmi del male anche fisicamente. E quindi mi sono allontanata da tutto, mi sono messa in malattia, ho smesso di uscire perché dietro a chiunque potevi esserci tu. Tu dietro il portone, tu dietro l’auto, o al market, o fuori dalla palestra o magari perfino dentro la palestra. Potevi essere il mio personal trainer o la commessa della boutique dove andavo sempre. O il vicino di casa. Avevo poi paura di me stessa, nel senso che analizzavo i miei gesti sino allo sfinimento, cercando di immaginare le conseguenze, sforzandomi di non fare nulla che in qualche modo potesse alimentare quell’odio già così assurdo.
Non sono mai stata più bella di te, o più intelligente o più fortunata.
Allora perché mi hai odiato tanto?
Il silenzio della casa è un silenzio che si sente.
Poso l’ago e mi tolgo il ditale: un altro ricamo: “Non è colpa mia” l’ho finita”. La camicia che sto ricamando è bianca, è una camicia usata, ma ancora perfetta. Da quando ho lasciato il lavoro ed ho cambiato città, acquisto capi usati e li trasformo in opere d’arte che hanno sempre un messaggio di forza e di amore, come se fossero amuleti. Ricamare è un pò ricucire, correggere, rinforzare, aggiustare. Il ricamo copre uno strappo, una macchia. Un ricamo può essere parola e immagine ma in ogni caso è un messaggero.
La sera ormai si è presa la luce e si appiccica al muro come uno stencil lasciando pizzi stampati ad ombre.
Devo ricamare l’ultima frase, prendo l’ultimo capello, questo è tuo. Prima di andare via da casa nostra ho portato via la tua spazzola, perennemente piena di capelli perché non la pulivi mai. Non so perché ho fatto una cosa simile, dovrei odiarti per tutto il male che mi hai fatto, ma non ci riesco. Dopo tutto devo per forza aver anche io fatto qualcosa di male per farmi odiare così proprio da te.
Ricamare con i tuoi capelli è più difficile perché sono mossi, nerissimi e grossi. Li ho resi lisci come i miei con una piastra. Infilo il tuo capello nell’ago e ricamo l’ultima frase:
-Non è colpa mia mamma-


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