Racconto Due. Angioneddu.
L’ultima goccia finalmente.Angioneddu prende la pompa dell’acqua e lava via il sangue dal cemento. Poi riprende in mano sa leppa e pulisce la lama in uno straccio appeso sopra il rubinetto. Toglie l’agnello dal gancio dov’è appeso per sgocciolare a testa in giù e slega le zampe. Sceglie con cura un punto nella pelle di una zampa posteriore e fa un’incisione precisa; poggia sa leppa e soffia dentro quel taglio. Soffia forte Angioneddu perché la pelle deve staccarsi in modo uniforme -che per fare la cornamusa -la pelle deve essere intera.
E’ la prima sera fresca di agosto dopo settimane con 47 gradi persino sotto il grande fico nero dell’ovile.
-A rob’ ‘e macusu il caldo che c’era -gli dice su meri, il padrone del gregge.
-A ddu nai tui e a ddu nai deu- gli risponde Angioneddu che il pomeriggio se l’ha fatto al pascolo, sotto il sole come le bestie mica in casa con lo splitter come lui- E meno male che se n’è entrato su maestralino ka si no mortu mi trovavi-
-Eh ta manera Angione’! ta tragicu! mortu oi e scaresciu crasi!-
Angioneddu s’infila una maglietta dei Led Zeppelin, scolorita e bucata, nera, con stampato l’eremita e i quattro simboli di Zodo, roba vecchia che ogni tanto tira fuori dall’armadio dei fratelli. Lui di casa non se n’è mai andato.
Con un fischio raduna le pecore davanti al cancello dell’ovile e chiama i cani: un maremmano e un levriero sardo, elegante e snello. Apre il cancello e le bestie non escono finchè non dà loro il segnale che consiste in un irripetibile verso breve e gutturale.
-Accabada s’istadi!-
Si, è finita l’estate pensa Angioneddu -mentre guarda il cielo farsi tramonto dentro le nuvole compatte di rosso e violetto. Sino alla sera prima il cielo era un cencio grigio e giallo di umido, uguale la mattina alla sera.
Oggi avrebbe bisogno di un giubbottino leggero ma tanto per la notte ha una copertina dentro lo zainetto dei power ranger, rimasuglio dei nipotini ormai grandi. E pure una rosetta croccante del panificio Casti con dentro mortadella.Niente vino.Non beve mai al pascolo Angioneddu che se no si addormenta e ciao ciao pecore. La volpe e l’uomo vogliono occhi svegli.
Il gregge è in strada con i cani che girano intorno, mordendo per finta alle zampe delle pecore per correggerne il cammino. Angioneddu ha con sé un ramo leggero di ulivo, un succhione, ramo dritto e flessibile che cresce alla base del tronco. Ma lui le pecore non le percuote mai, al massimo le tocca nella schiena se non vogliono camminare. Quelli che non sanno fare i pastori hanno bisogno di picchiare- pensa.
L’asfalto è coperto di terra asciutta ridotta in polvere perché non piove da giugno. Il calpestio delle bestie la solleva e crea una nuvola densa che lascia intravedere appena la sagoma di Angioneddu. Arriva un’auto che cerca di superare il gregge da un lato e le pecore si spostano in massa dentro un campo appena piantumato a carciofi. Se restassero lì lo devasterebbero, allora Angioneddu non senza imprecare contro l’auto, raccoglie un sasso e lo lancia laterale al gregge per allontanarlo dal campo. Le pecore, all’unisono come un ‘onda bianca, si spostano verso l’asfalto circondando l’auto. E’ una Fiat Uno Abarth turbo, verdone, degli anni 90, con la scritta ‘uno’ sul cristallo davanti, vicino all’antenna, uno scorpione rosso aerografato sul cofano anteriore e la bandiera dell’Italia sotto alla targa. Nel cofano posteriore l’adesivo dei nomadi e la scritta elf da entrambi i lati. Alla guida c’è un ragazzo molto spazientito che non accenna a star fermo e che non abbassa i finestrini. Accanto una ragazza con i capelli blu acconciati con una coda alta, gesticola e mastica un chewing gum con la bocca aperta. Dal cofano posteriore arriva una musica forte che fa vibrare i vetri tanto devono essere grandi le casse, un rumore più che una musica: Encore une fois di Sash.
I due ragazzi guardano Angioneddu che fa di tutto per far spostare il gregge- a frastimi- maledicendo. Appena la Uno riesce a superare il gregge, accelera sollevando un polverone ancora più denso tanto che non s’ intravvedono più neppure le sagome magre di Angioneddu e delle bestie. Si pulisce gli occhi dalla terra e si accende una marlboro nervosamente, si scuote la roba e butta fuori dalla bocca il fumo.
-Disgratziasu- pensa.
Sa pure chi sono perchè quella Uno era del nonno del ragazzino, amico suo, morto l’anno prima di Covid -Ernesto Marmittoi -meccanico storico di Serramanna fissato con le Abarth e che sognava di avere la Simca 2000 rossa. Quante chiacchierate si facevano al bar di Giovanni ,davanti ad innumerevoli birre Ichnusa servite nei bicchieri marchiati Peroni.
E’ polvere e fumo Angioneddu, invisibile come le sue bestie piene di erba e zecche, invisibile come la sete degli alberi. Ed il vento. Ed i ricordi.
Stanotte il pascolo è dentro un uliveto perché il proprietario l’ha pregato di lasciarlo ripulire dalle erbacce alle pecore. Angioneddu si sistema appoggiato al tronco di un ulivo e aspetta la notte fumando, con la testa dritta e vigile, ma senza pensare a nulla. Appena fa buio vede non lontano la luce di un’auto, è la luce tenue dell’abitacolo.
-Lah coddendi funti!- farfuglia tra se Angioneddu.
E’ abituato a vedere queste scene d’amore perché le coppie si nascondono in campagna, anche se negli ultimi anni sono rare. Quando Angioneddu era giovane ce n’erano ovunque, anche senza macchina. Ne trovava persino dietro l’ovile, buttati a terra in mezzo alle spine e alle zecche. Da giovane quelle scene lo eccitavano e in silenzio le spiava rubando un po ' di piacere per sé.
Le coppie non si accorgono mai di lui eppure lui vede tutto.
Quanto sono belle le stelle.
Sono loro il suo più grande piacere ora che è vecchio.
Rientra all’ovile con le prime luci dell’alba, durante il giorno le pecore staranno nell’ovile a mangiare gli scarti della lavorazione del pomodoro che gli portano con i trattori dalla Casar. La luna era piena stanotte e nessuna delle pecore incinte ha partorito. Per i prossimi agnellini bisogna aspettare la luna nuova.
Toglie dal gancio l’agnellino scuoiato la sera prima e se lo porta via. Lo avvolge in uno straccio e lo mette nel cassone della sua apixedda, una vecchia ape cross molto malandata che usa solo per andare e tornare da casa sua che è al centro del paese. Per farla partire deve spingerla e salirci su al volo.
Angioneddu è un servo pastore, come il padre, Tziu Peddiu di Desulo. La madre era di Serramanna, della famiglia dei caffetterasa, il cui soprannome non si è mai capito se sia derivato dalla pelle scura color caffè o per il carattere un po ' nervoso.
Terzo di cinque figli, Angioneddu, era il più piccolo di corporatura e l’unico che non si ribellava all’educazione di tipo militare della madre. Sino alla sua morte ha preteso che i figli le dessero del lei e guai a sporcare la casa. Era maniaca delle pulizie: tutti avevano un ruolo nelle attività domestiche, chi lucidava l’ottone dei fornellini a gas, chi passava la cera nelle piastrelle di marmette bianche e nere, chi la lucidatrice nel marmo chiaro dell’ingresso.
Tutti i suoi fratelli sono letteralmente scappati di casa a 16 anni, solo la sorella ha aspettato i 18 per sposarsi ed ovviamente, pure lei, scappare via. Angioneddu no, lui è rimasto a sopportare le regole ed i capricci materni, anche quando lei ha iniziato a soffrire di demenza senile e la cattiveria anzichè diminuire, si era addirittura esacerbata. Per questo suo carattere remissivo e per il corpo piccolo e magro iniziarono a chiamarlo Angioneddu- agnellino.
Sceglie il coltello più affilato ed eviscera l’agnello, avendo cura di lavare per bene stomaco e intestino che gli serviranno per preparare sa cordula: stavolta farà quella con i piselli. Taglia a metà l’agnello, mettendo la testa da parte per farla arrosto e il resto lo riduce in piccoli pezzi per marinarlo almeno due giorni in aceto, vino bianco, acqua e alloro. La parte terminale delle zampe,dove c’è lo zoccolo, la conserva per i cani.
Mette su una caffettiera da tre.
Non fa mai colazione Angioneddu, solo caffè e sigaretta. Quando non è in ovile, pranza prestissimo, prima di mezzogiorno. Un pranzo a dir poco frugale. E’ magrissimo Angioneddu, sembra fatto di giunco intrecciato a nervi e pelle, con la schiena dritta scarnificata dalle intemperie che si lascia scivolare addosso così come solo le bestie fanno: senza mai un lamento, senza chiedersi il perchè.
Durante la notte ha rubato da un orto di passaggio,un paio di pomodori san marzano molto maturi, di quelli destinati alla conserviera che ha iniziato a lavorare proprio in questi primi giorni di agosto.
Prende un tegame di alluminio, versa l’ olio, taglia a pezzetti grossolani la cipolla e la lascia rosolare, poi aggiunge i pomodori a tocchetti e li schiaccia con la forchetta; sala e copre con l’acqua. Raccatta tutto il pane duro e lo tiene vicino al tegame.
Sono le 11 circa quando spegne il fornello a gas. Esce in cortile e raccoglie una manciata di basilico fresco, nato da solo come ogni anno, dai vasi della madre. Rientra in cucina,aggiunge il basilico alla minestra di pomodori e ci butta dentro alcune fette di civraxiu raffermo. Nel mentre che lascia raffreddare, accende un'altra sigaretta e va fuori dentro lo sgabuzzino, tirato su solo con blocchetti sovrapposti senza cemento e il tetto in eternit, fissato solo con altri blocchetti per evitare che il vento lo porti via. In un gancio sulle travi di ginepro che reggono l’eternit, un sacchetto di rete in plastica con dentro le lumache a spurgare e i primi grappoli d’uva perfetti e disinfettati in acqua bollita con la cenere. Nel muro,appesi vicino alle scope di saggina e alle graticole talmente ben lavate da sembrare nuove, tante campane da ovini, appese in ordine di grandezza e varie cesoie per tosare, spiedi, zucche per fare borracce e strumenti musicali.
Durante il periodo di leva, conobbe un ragazzo di origini irlandesi che gli insegnò a costruire e a suonare la cornamusa e di tanto in tanto ne costruisce una per venderla. Lui non suona più, solo talvolta le launeddas ma i suoi polmoni, scuri di fumo, non ce la fanno .
Prende un piccolo busto di legno, dove è appena accennata una testa d’uomo , e la tiene in mano. La sera sarà di nuovo all’ovile e continuerà a lavorarla per ingannare il tempo. Ad Angioneddu piace scolpire il legno e raccoglie tutti i rami o le tavole che trova in campagna e ne fa utensili o soprammobili. Prima di tornare in cucina si ferma davanti al vecchio specchio la cui cornice, fatta da lui con tavole di pallets, e tocca la scritta 2010. Si specchia senza guardarsi . La barba è lunga di giorni ed è grigia di anni. La sua bocca è una fessura dritta ma che tende più ad un sorriso che alla tristezza, e nel bordo destro si torce leggermente come se reggesse sempre il peso di una sigaretta. Nel suo viso color argilla, si notano appena gli occhi, con iridi grigie e languide di cataratta e la sclera color argilla come la pelle. Nell’insieme del viso, questi occhi di campagna, sono pozzi pieni d’acqua, neri di notte senza luna, dove vi è annegata la vita, senza inciampo, suicida.
Le facce come la sua sono piene di tempo, dove, se guardi bene, ci vedi la solitudine della guerra e del dopoguerra, della malaria anche. Eppure Angioneddu non era neppure nato.
Ma la sua eredità è il ricordo.
Stacca un fico secco dalla collana appesa nella tettoia, fatta da lui stesso: un fico e una foglia di alloro, un fico ed una foglia di alloro. Dentro ciascuno una mandorla tostata.
Ritorna in cucina, prende la bottiglia di vino ed un bicchiere, il tegamino con la zuppa di pane e pomodoro e pranza.
Un bicchiere, e poi un altro ed un altro ancora. Barcolla leggermente e riesce ad arrivare sino alla camera da letto, si butta nel letto vestito e senza neppure scalzarsi. Il letto era dei genitori: in conca ‘e lettu- sopra il letto- un rosario dalle perle di legno enormi intarsiate, una palmetta pasquale finemente lavorata e in un altro chiodo, un gruppo di rosari da messa. Sul muro laterale, un busto di gesso con il sacro cuore, anni 50, dalla bellezza drammatica tutta nello squarcio sul petto. Angioneddu non riesce a tenere gli occhi aperti.
In questa casa così umile, povera come poche, dove sembra che né cristo né la madonna, né qualsiasi altro santo, abbiano mai avuto voglia di fermarsi, proprio qui, la sensazione di sacralità e di cristianità è fortissima. Perché è proprio dentro queste povere mura e tra questi pasti frugali che si manifesta la grazia divina e salvifica della semplicità, quel non senso pieno di senso che è l’unico vero della vita, fatto di campagna e di silenzi, di rispetto, privo di qualsiasi aspettativa futura e dove anche il più misero pezzo di legno diventa arte proprio perché non ha pretesa di esserlo.
Angioneddu si agita sempre durante il sonno perché- dice- vede la madonna che non gli parla, ma lo tocca in testa lì dove ha una placca di metallo, la placca che gli hanno messo quando è stato sparato. Era il 2010 e stava rubando un’anguria dentro in campo vicino al fiume Leni- ad un certo punto uno sparo e buio. E poi luce forte, fortissima ed una mano che gli teneva chiusa la ferita. Angioneddu ha sempre detto che era la madonna anche se in faccia- dice- non l’ha mai vista.



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